“La Sposa Yemenita” le preannunciò il suo matrimonio

-Di Cinzia Aicha Rodolfi-

‘La sposa yemenita’ è anche Laura Silvia Battaglia, la quale ricevette la rosa propizia proprio dalla sposa…

Forse non l’ho più detto a nessuno, da tanto tempo, in effetti non ricordo quando è stata l’ultima volta che ci ho ripensato, e proprio oggi mi ritorna in mente il vero motivo per il quale mi iscrissi alla facoltà di Scienze Politiche parecchi anni fa.

Avevo letto una storia di, non ricordo più il nome, una giornalista inviata di guerra, non so dove, forse in medio oriente, e desiderai ardentemente intraprendere quella stessa carriera. Da sempre ero affascinata a voler visitare il mondo, chissà perché sognavo di farlo in tali situazioni poco semplici, forse perché mi immaginavo che i giornalisti avessero incredibili privilegi e l’autorizzazione dal loro direttore di redazione ad alloggiare in hotel 5 stelle, forse perché ai tempi del liceo avevo amato Hemingway. Chi lo sa?

Sarei potuta diventare famosa per l’assoluta ostinazione a non voler imparare la punteggiatura. Giornalista riconosciuta e stimata, avrei brevettato mie parole inventate, altro grande sogno, e creato un associazione ‘Contro la punteggiatura’.

Invero poi sono finita a fare l’indossatrice a 500 metri dall’università e, due anni dopo in giro per il mondo, non come giornalista bensì tour leader, ed ora “mamma blogger in cucina”con altri nuovissimi sogni nel cassetto, sempre e solo se Dio vorrà.

Ma ecco che, circa due anni fa nacque una grande simpatia per Laura Silvia Battaglia che invece ha proprio percorso le tappe di quella vita desiderata da me un tot di anni fa.

Questo cosa c’entra con il libro?

E’ questo il motivo per il quale seguo Laura con piacere sul suo profilo Facebook e un bel giorno dell’anno scorso le ho detto che vorrei, chissà quando, fare qualcosa assieme a lei. E’ il motivo per cui ho deciso di recensire il suo libro, sebbene non sia io una giornalista e sicuramente non voglio nemmeno imparare il format di come si facciano le classiche recensioni. Laura mi perdonerà per essere ostinatamente naif.

Proprio oggi ho ricevuto via posta, e letteralmente divorato, il libro a fumetti “La Sposa Yemenita” che ha scritto con la brava illustratrice Paola Cannatella, e mentre lo leggevo, rivivevo le avventure di Laura immedesimandomi completamente, pensandomi al suo posto in quella vita che invece non mi è stata destinata. E’stato un pomeriggio avventuroso sul divano.

Non so dire quanti anni sono passati dall’ultimo fumetto che ho letto, e ovviamente, per tutti i precedenti motivi di cui sopra, è stata una lettura, come si preannunciava appasionante.

Simpatica, auto ironica, sensibile e profonda Laura Silvia Battaglia racconta del suo soggiorno studio in Yemen nel 2012, pausa lavorativa per perfezionare la lingua araba, dove appunto capita ospite di un matrimonio tipico yemenita, tanto per cominciare.

“All’ingresso della sala c’è una serie di donne in fila…. una poliziotta è alla ricerca di cellulari e fotocamere… superati i controllo scendiamo giù per le scale, le donne si spogliano del loro niqab e sotto … pailettes, lustrini, trucco equivoco e scarpe con tacco…” Laura è l’unica senza lustrini e senza tacco, ovviamente non passa inosservata e si diverte un sacco ad osservare le varie ‘specie’ di donne invitate al matrimonio. Ce le racconta, quasi tutte alquanto pacchiane, ostentatrici di quella prorompente femminilità forzatamente nascosta in altri luoghi.

“Ecco due belle quarantenni: quella a destra è senz’altro in cerca di moglie per il figliolo… di fronte a loro siedono due trentenni, la più prosperosa se si trovasse su una delle nostre tangenziali…” Poi arriva la sposa preceduta da altre donne d’oro vestite, ed io me le immagino come in una sfilata parigina di Jean Paul Gaultier.

Mi viene in mente che sono stata anche io ad un matrimonio arabo tradizionale, marocchino per l’esattezza, dove ero l’unica senza tacco e senza lustrini, l’unica che non ha ballato e l’unica che ha mangiato con la forchetta. Aspetto di essere invitata al prossimo e vedranno come mi concio anche io, stavolta non deluderò.

Laura racconta del suo collegio, dei professori, uno dei quali, vero gentleman diventerà suo marito, delle sue stupende chiacchierate con uno Sheikh saggio e intelligente che educatamente ha serie intenzioni di convertirla all’Islam. Ci descrive le strade del centro, e mentre divoro le pagine del volume mi immagino di essere al Cairo, la bellezza della ‘Moschea Salem Saleh’, il mondo dei troppo ricchi e quello dei poverissimi. I bambini orfani sfruttati e i trafficanti di qat in Arabia Saudita. E poi le spose bambine ospiti del centro di recupero, donne certamente sfortunate, ma decisamente meno fragili di noi che siamo qui a raccontarle. Forse Dio ha donato una forza straordinaria a questi destini tanto drammatici, che noi non possiamo nemmeno immaginare… doni loro la pazienza e allontani la loro ben motivata rabbia.

“Amina ha sì la palpebra in giù, segno di tristezza e di quante ne ha passate, ma frequenti lampi di pantera le attraversano il velluto nero dell’iride, quando parla del suo padrino…”

La “sposa yemenita” parla di vita e morte, di guerra e pace. Laura Silvia Battaglia descrive un paese martoriato dai conflitti, martellato dai tristemente famosi droni di guerra e dagli attentati suicidi, come quello di cui è stata testimone nell’ottobre del 2014. Una carneficina che ha causato la morte di 70 persone e il ferimento di altre 150. “La vita è un cammino a cui, ad un certo punto, qualcuno può vietarti di calzare le scarpe”, penso io mentre rivivo la scena della strage nel centro di Sana’a. Scarpe sparse dappertutto, intatte o perforate “tutte con la suola divelta e aperte come delle bocche affamate”, corpi senza vita dilaniati e carbonizzati.

Ci narra dei traumi psicologici che rimangono sulla e anche sotto la pelle di coloro che hanno vissuto l’orrore dei bombardamenti; superstiti che hanno perso amici, affetti e familiari e che raccontano e rivivono il terrore e la paura. Oggi queste vittime sono aiutate dalla unica vera Ong yemenita presente nel paese che monitora le azioni di contrasto al terrorismo internazionale: ‘Stop the drones’, si chiama. Piuttosto che vivere piangendo gli operatori della Ong hanno deciso di adoperarsi per denunciare la strage degli innoncenti da parte dei droni.

Negli ultimi cinque anni sono state migliaia le azioni militari con droni progettate ed eseguite dal governo americano in nome della guerra al terrorismo in Pakistan, Afghanistan, Yemen, Somalia, Libia e Mail.

Uno spaccato di vita raccontato e disegnato, che provoca nei cuori un torrente di empatia pura per la società yemenita dei masticatori di qat con le guanciotte gonfie. Per restituire una realtà misconosciuta e ignorata dai grandi media la giornalista accompagna per mano il lettore, attraverso situazioni che fanno sorridere e soffrire, riflettere tra amarezza e solidarietà, sperare e pregare che quella capitale, tanto cara a Pier Paolo Pasolini rinasca dalle sue ceneri: “E’ una Venezia selvaggia sulla polvere…è uno dei miei sogni!”, diceva di Sana’a l’intellettuale friulano.

Buona sorte a Sana’a e alla sua gente, a Laura protagonista dal cuore sincero e preciso, a Paola fantastica regista che ha dimostrato una acuta comprensione di un vissuto altrui ed ha saputo renderlo così fruibile anche a chi dello Yemen non sa nulla e magari è solo attratto dalla buffa copertina del volume.

Il messaggio giunge forte e profondo e lascia nel lettore una ferita di sana consapevolezza. Un messaggio che arriva trasversale e puntuale, genialmente costruito per svegliare qualche coscienza addormentata nel comodo oblio occidentale.

Una terra tra le più affascinanti del mondo, deturpata tuttora da guerre, massacrata ancor di più dall’indifferenza della stampa e della comunità internazionale. Questa terra vive ogni istante nel cuore di Laura, la quale oramai sembra aver completamente abbracciato, e Dio le renda merito, la causa della sua rinascita in ogni maniera possibile. Un lavoro prezioso narrato magistralmente.

Abbi cura di te LS.

Buona lettura.

 

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