Fra Yemen e Italia, Laura Battaglia, giornalista in prima linea

-di Gaetano Gasparini

Divisa fra Yemen e Italia, Laura Silvia Battaglia è una giovane giornalista di razza, reporter di guerra e scrittrice impegnata. L’avevamo presentata alle nostre lettrici nella recensione de la “Sposa yemenita”, la graphic novel di cui è co-autrice. Di origine italo-yemenita, si racconta senza filtri in questa intervista a Verde Jennah.

VJ: Sei sposata con un uomo yemenita, quali sono i pro e i contro di un matrimonio con un uomo mediorentale e musulmano per giunta?

LB: Non sono arrivata, ancora, a troppi anni di matrimonio per parlare dei contro. Sicuramente conosco i pro ma credo che non facciano parte di nessuna etichetta nazionale, etnica o religiosa ma abbiano semplicemente a che fare con mio marito, con la sua bontà, allegria e mitezza. Uno dei pro più grandi, a mio avviso, è la serietà nel matrimonio: per un arabo musulmano innamorato della propria moglie, il matrimonio è un luogo sacro dove esprimere in modo speciale la lode ad Allah e alla sua grandezza. Da questo punto di vista è un esercizio ad appianare le asperità, comprendere, perdonarsi, sorridersi, accettarsi con gioia. Il contro è, forse, una certa testardaggine ma non la attribuirei a motivazioni etniche. Sul versante religioso, non nascondo che seguire il proprio marito nel periodo di Ramadan in un Paese occidentale, lavorando a pieno ritmo è un esercizio durissimo, più che per il digiuno in se stesso, per la modifica dei ritmi di vita, del rapporto notte-giorno e per lo stravolgimento del sistema sogno-veglia.

VJ: L’islamofobia crescente ha mai condizionato la tua vita professionale? Quanto sono diffusi i pregiudizi nei confronti dell’Islam nel tuo ambito lavorativo?

LB: Come giornalista da anni in Medio Oriente e, adesso, come moglie di un cittadino dello Yemen, mi trovo a dovere combattere ogni giorno con l’ignoranza gratuita sparata nel ventilatore dai media, con notizie non verificate, con esercizi di propaganda in favore (e/o in opposizione) di questo o quel Paese arabo. A ciò si aggiunga ormai l’essere bersaglio dei fautori della purezza della razza, dell’aiutiamoli a casa loro e di ogni forma di islamofobia più o meno conclamata, a causa anche delle mie scelte di vita. Nessun problema, tutto regolare. Tocca a noi giornalisti lavorare con serietà ed esporre le nostre analisi, restando fedeli a noi stessi ma sempre con entrambe le orecchie in ascolto di tutti. E riguardo all’islamofobia crescente, bisogna lavorare moltissimo, soprattutto dal punto di vista culturale e umano per contrastare pregiudizi e stereotipi ormai incancrenitisi nel cervello di molti italiani. Fermo restando che i fondamentalisti esistono e nuocciono a tutti gli altri, soprattutto a chi vuole rimanere fedele alla propria religione senza conformarsi a proposte secolariste da un lato e senza cedere a rappresaglie politiche dall’altro.

VJ: Come si fa a migliorare la qualità della comunicazione?

LB: Se tutti studiassero, i giornalisti smetterebbero di lavorare superficialmente. Se la stampa non fosse inserita in un progetto di business e propaganda a servizio di un establishment con interessi specifici, smetteremmo di avere racconti parziali e orientati della realtà. Non auspico nulla, mi basterebbe che tutti fossero onesti, prima di tutto con loro stessi e con i loro lettori, prima di esserlo verso il proprio direttore ed editore, puntando a scatti di carriera, stipendi, successo e promozioni.

VJ: Cosa pensi dei blog muslim femminili e di Verde Jennah in particolare?

LB: Verde Jennah è un progetto molto interessante e mi piace molto che dia voce alle donne musulmane osservanti, mostrandone anche i lati femminili e di costume. Visti i tempi duri per i musulmani e il clima pesante, suggerisco di mantenerlo fresco e frizzante. Ci vedo un solo pericolo e lo esprimo solo perché sono una persona che fa le pulci anche a se stessa: quello di farne un blog per suffragette dell’Islam, dove ogni cosa che non rientri nei canoni prestabiliti dall’ortodossia anche formale diventi motivo di censura. Lavorando da anni nei media cattolici, questo è il rischio dei media che si identificano in un movimento religioso corrono. Specie quando di mezzo ci stanno le donne.

Biografia

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). È corrispondente da Sanaa per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, l’agenzia turca TRTWorld, il servizio pubblico svizzero (RSI), Index on CensorshipThe Fair ObserverGuernica Magazine, The Week India. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus, Pagina99), siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Terrasanta.netEastmagazine.eu).

Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano e dal 2016 al Vesalius College di Bruxelles. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017). E’ in uscita l’e-book Vita e morte nell’era dei droni per Informant.

 

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